TEOLOGIA DELL' ICONA

Osservando le iconostasi delle chiese cristiane ortodosse, si può capire che la funzione principale dell’icona è proprio quella di “epifania del divino”, cioè nascondere e contemporaneamente manifestare il mistero che la anima.
Una finestra spalancata sul mondo soprannaturale. In questo è ravvisabile anche il senso escatologico (éschaton=cose ultime) dell’icona, in quanto essa si trova come la Chiesa temporale, tra il già e il non ancora della storia della salvezza.
Abita l’apparente dicotomia tra tenebre e luce, vita e morte, mondo presente e futuro, li legge e li rappresenta secondo la visione della fede cristiana.
Inconciliabilità forse solo apparente, visto che il simbolo iconografico, infrange le barriere spazio-temporali, immergendosi in una dimensione ulteriore i cui canoni sfuggono alla comprensione logica, e non possono essere totalmente rinchiusi nelle categorie di pensiero razionali.
Si tratta in fondo, di una esperienza contemplativa-estatica, dove il soggetto che si rapporta con l’icona, viene proiettato oltre le forme e le figure rappresentate, accedendo mediante questa porta, alla dimensione del mondo divino.

ICONA: Simbolo e presenza
 
Il termine «simbolo» viene dal greco «syn-bàllein» e significa «gettare insieme». Implica il senso di: congiungere, mettere insieme, accomunare, incontrare. Anticamente il «symbolon», era un oggetto (es. una moneta) che veniva con-diviso, cioè diviso in due parti uguali, consegnate a due persone diverse che quando si ritrovavano, potevano identificarsi, riconoscersi. Soltanto quando le parti venivano riunite, appariva chiaro il significato e il valore dell’oggetto.
Ciò che caratterizza il simbolo è il fatto che esso, permette il manifestarsi visibile d’una realtà altrimenti invisibile e indicibile, d’una esperienza interiore che impegna ad una corrispondenza vitale.
Non si deve confondere il simbolo con la metafora, perché questa ultima è un dato puramente linguistico, mentre il simbolo opera una vera e propria mediazione, pone in relazione dei soggetti, consente il manifestarsi d’una presenza. Il simbolo va distinto anche dal segno, poiché questo ultimo ha un carattere unicamente informativo e indicativo, pone infatti in relazione un significante e un significato, mentre il primo ha carattere comunicativo, cioè mette in comunione-relazione due soggetti-realtà, ossia in termini filosofici, pone in rapporto due significanti.
Nel caso dell’icona, essa mette in comunicazione l’umano e il divino, rende immanente la trascendenza divina, visibile ciò che agli occhi del corpo non appare immediatamente o non è affatto attingibile, ma che l’intelletto illuminato dalla fede riesce a intuire e contemplare. Lo sguardo di fede infatti, non si ferma di fronte alla realtà materiale dell’oggetto che viene posto davanti, ma coglie il suo aspetto nascosto, più profondo, si riposa nella contemplazione del volto di Dio, supera la bellezza estetica dell’arte pittorica per posarsi sull’Archetipo d’ogni bellezza, la Luce divina. Lungi da ogni deviazione idolatrica, nell’icona, i credenti non adorano il legno e i colori, e nemmeno l’armonia delle forme e la precisione della geometria, bensì ciò che essi rappresentano e ricordano, in un processo conoscitivo che, attraverso il materiale approda all’esperienza (ex-perior = attraversare) spirituale.
In questo senso, considerare l’iconografia alla stregua di una qualsiasi altra forma di arte religiosa non appare corretto. Nell’icona si manifesta una ulteriorità che non è pienamente descrivibile e oggettivabile.
Perciò Giovanni Paolo II insegna che: «L’arte per l’arte, la quale non rimanda che al suo autore, senza stabilire un rapporto con il mondo divino, non trova posto nella concezione cristiana dell’icona, Quale che sia lo stile adottato, ogni tipo di arte sacra deve esprimere la fede e la speranza della Chiesa».
(Su questo cfr. Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Duodecimun  saeculum, n. 11).

ICONA: teologia dell'Immagine

In Cristo, si svela il volto visibile del Dio invisibile. Egli ha assunto un corpo, una storicità, una fisionomia precisa: Gesù di Nazareth. Il Prologo del Vangelo di S. Giovanni dice: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi», dunque da quel momento in poi, chi vuol vedere Dio, può contemplarlo nel volto umano del Figlio: Gesù Cristo. Nel Vangelo leggiamo: «Signore, facci vedere il Padre e ci basta! Rispose Gesù: da tanto tempo sono con voi, e tu, non mi hai ancora conosciuto? Filippo, chi ha visto me, ha visto il Padre». Tra l’altro nell’arte iconografica, i santi di cui non è pervenuta alcuna descrizione, di cui è sconosciuta la fisionomia, vengono rappresentati con il volto di Cristo. Anche perché secondo la teologia orientale, i santi sono coloro che sono stati “divinizzati”, ossia trasformati dalla grazia in maniera così radicale, da esser tornati a quella «somiglianza» persa a causa del peccato originale. Ed è per questo che vengono anche chiamati «i somiglianti».
Il mistero dell’Incarnazione è dunque la chiave ermeneutica dell’icona cristiana.
E’ necessario notare che nella teologia ortodossa i termini “immagine” e “somiglianza” non sono sinonimi ne realtà interscambiabili.
L’immagine di Dio nell’uomo permane invariata anche dopo il peccato, l’uomo resta un essere creato secondo l’Immagine di Dio, ma il peccato fa perdere la somiglianza con Dio, cioè tutte quelle caratteristiche di virtù, santità e moralità che avvicinano l’uomo al suo Creatore e gli consentono di vivere in profonda intimità e comunione con Lui. La santità e la divinizzazione consistono principalmente nella restaurazione di questa «divina somiglianza». Motivo per cui i santi vengono chiamati anche «i somigliantissimi».

ICONA: copia e Archetipo

Nell’arte cristiana antica, la copia (spisok in russo) era intesa diversamente da oggi. Non aveva minore valore dell’originale, perché la sua autenticità, dipendeva dalla fedeltà e somiglianza con il modello. Ora, l’autenticità dell’icona, in quanto copia, garantisce la verità dell’Incarnazione, ne è testimonianza, fondata sulla narrazione evangelica e sulla tradizione, tramandata fin dagli inizi, della tipologia iconografica.
 
Di copia in copia si è trasmesso il volto, i tratti fisici caratteristici del Cristo. Ecco perché le icone si attengono a canoni precisi che non sono lasciati al solo gusto creativo dell’artista. Inoltre il simbolismo dell’icona, prevede che ogni gesto, colore, atteggiamento corporeo, abbia un significato univoco, affinché sia leggibile, decifrabile da chi conosce il linguaggio con cui è scritto e gli eventi teologico-biblici a cui rimanda. E’ una narrazione visiva. Non descrive semplicemente una scena biblica o la vita di un santo, così come è avvenuta, ma viene interpretata teologicamente, è emblematica.
I personaggi non vengono dipinti in modo realistico, ma stilizzato, in una luce che rappresenta quella taborica della Trasfigurazione. I corpi, a somiglianza di quello di Cristo dopo la resurrezione, sono quelli che avevano prima della morte ma sono al contempo differenti, poiché spirituali, gloriosi, come quelli dei beati del Paradiso.
I corpi risorti sono nella dimensione della gloria divina. I santi, appaiono come sono in Paradiso, trasfigurati, immersi nella luce divina e divinizzati (theosis). Da qui, l’uso dell’oro nell’icona, in quanto esso non è un colore, ma il suo spettro cromatico contiene tutti i colori e li riflette, così come la luce di Dio, che pur essendo totalmente altra dall’uomo e dal creato, li contiene e ne riflette le più piccole sfumature. I santi partecipano della luce divina secondo la propria capacità, però non riflettono tutto lo spettro cromatico, bensì solo il proprium, le sfumature e i colori tipici della loro santità.
 


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