STORIA DELL' ICONA

Nella controversia iconoclasta (VIII-IX sec.) gli iconofili furono accusati di adorare le icone, contro l’insegnamento della S. Scrittura che vieta di fare immagini di Dio, ma S.Giovanni Damasceno e con lui la maggior parte dei Padri della Chiesa, unitamente al VII Concilio Ecumenico di Nicea II, definì che «…non si adora un immagine ma Colui che mediante essa si rende presente».
Es. 20, 3-4: «Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo né di quanto è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto terra». Ma se si guardano altri passi biblici: Deut. 27,15 - Es 20,23, ci si rende immediatamente conto che la proibizione riguarda la rappresentazione degli dèi, cioè degli idoli e non ogni genere di raffigurazione. Inoltre è necessario ricordare che il rifiuto delle immagini si impose al tempo dei Maccabei, in quanto il giudaismo si sentiva minacciato dall’ellenismo, cultura fortemente basata sull’immagine e di conseguenza era anche una reazione politica allo strapotere romano. Nel giudaismo si trovano anche esempi di sinagoghe ricche di raffigurazioni come Dura Europos, in cui si vedono interi cicli sui personaggi biblici più importanti.
 Nel 730, l’imperatore Leone III, vietò la venerazione delle immagini. Fece distruggere l’icona di Cristo della porta del palazzo reale di Costantinopoli facendo mettere al suo posto la croce. La sua intenzione era di liberare l’impero dall’idolatria. Il movimento iconoclasta fu sostenuto da tre vescovi: Costantino di Nacolia, Tommaso di Claudiopolis, Teodoro di Efeso. Nelle chiese le immagini vengo sostituite con ornamenti e scene di caccia. Contro l’imperatore insorgono il papa Gregorio III e san Giovanni Damasceno. Il Papa in un concilio a Roma scomunica tutti coloro che rifiutano al venerazione delle immagini e il Damasceno scrive i Trattati in difesa delle immagini, affermando tra l’altro: «Se noi facessimo un’immagine del Dio invisibile, noi saremmo certamente nell’errore (…), ma non facciamo nulla di ciò. (…) Un tempo Dio, non avendo corpo né forma, non si poteva rappresentare in nessun modo. Ma poiché ora è apparso nella carne ed è vissuto fra glia uomini, posso rappresentare ciò che di  Lui è visibile. Non venero la materia, ma il creatore della materia». Fu solo con la morte di Costantino V e l’ascesa al trono di Irene (775) che le cose iniziarono a cambiare e con la convocazione del VII Concilio Ecumenico Niceno II che chiarì la differenza tra latria (adorazione) e dulia/proskynesis (venerazione). Tra le delibere si legge: «Noi deliberiamo, con ogni cura e diligenza, che come la preziosa e vivificante Croce, le venerande e sacre immagini, in pittura, in mosaico o in qualsiasi altra materia, vengano esposte nelle sante chiese di Dio, sulle sacre suppellettili, sulle vesti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle strade, si tratti dell’immagine del Signore Dio nostro Salvatore Gesù Cristo o della Santa Madre di Dio, o degli angeli degni di onore, o dei santi e pii uomini. Infatti, quanto più esse vengono viste nelle immagini, tanto più coloro che le guardano sono portati al ricordo e al desiderio di quelli che esse rappresentano e tributare loro rispetto e venerazione. Non si tratta certo, secondo la nostra fede di un culto di adorazione, che è riservato solo alla natura divina, ma di un culto simile a quello che si rende all’immagine della preziosa e vivificante croce, ai santi vangeli e agli altri oggetti sacri, onorandoli con l’offerta di incenso e di lumi, come era uso presso gli antichi. L’onore reso all’immagine, infatti, passa a colui che essa rappresenta e chi adora l’immagine, adora la sostanza di chi in essa è riprodotto».
Tra l’altro anche nell’Antico Testamento era evidente come il divieto riguardasse quelle immagini (idoli) fatte dalle mani dell’uomo, come recita un Salmo, a cui si attribuivano poteri magici (es. vitello d’oro, idoli cananei), ma non concerneva affatto quelle rappresentazioni che servivano ad adornare il tempio, la tenda del convegno, l’Arca dell’Alleanza su cui si posava la nube teofanica, dimora del Signore. Basti pensare che alle estremità superiori dell’Arca dell’Alleanza stavano due statue di cherubini.
Es. 25,18: «Farai due cherubini d’oro: li farai lavorati a martello sulle due estremità del coperchio». Ma si potrebbero citare altri esempi simili: Ez. 40,16-Ez. 41,18.
Gli iconoclasti volevano distruggere le icone perché temevano che diventassero oggetti idolatrici, ma non consideravano il fatto che la prima immagine di Dio, secondo il libro della Genesi, è l’uomo creato «a sua immagine e somiglianza». Inoltre avevano rimosso il “piccolo” particolare che Dio nell’Incarnazione, aveva assunto proprio la natura di quella sua immagine, si era fatto uomo.

ICONA: Tradizione della Chiesa


Le prime icone della Vergine con Bambino, sono attribuite tradizionalmente a S. Luca, medico, uomo di cultura ellenistica e probabilmente anche pittore.
G. Drobot, La lettura delle icone, EDB, Bologna 2000, p. 58: «Possiamo tuttavia dire che il principio dell’iconografia risale effettivamente ai tempi apostolici perché i primi monumenti dell’arte cristiana appaiono nelle catacombe e nelle immagini verbali dei vangeli. E’ per questo che si può parlare di san Luca come del primo iconografo della Madre di Dio: è infatti il suo Vangelo che dà il maggior numero di dettagli sulla Santa Vergine».
La raffigurazione classica di S. Luca è proprio quella che lo mostra mentre dipinge l’icona della Vergine.
 
La tradizione fa risalire le prime tipologie del Cristo all’impressione del Sacro Volto sul velo della Veronica (vera-icona), da cui risale l’icona detta «acheropita», cioè, « non fatta da mano d’uomo». Invece, il così detto «mandylion», cioè, «sacro lino», riproduce l’impressione miracolosa del  volto di Cristo che egli inviò al re Abgar di Edessa, in seguito al suo desiderio di avere un dipinto che ne riproducesse i tratti e lo guarisse dalla sua malattia. Alcuni ritengono, che si trattasse della stessa «sindone» conservata a Torino, ripiegata in modo che mostrasse solo il viso del Signore. Si sa per certo come, già nel 1204, durante la IV crociata, il sudario che avvolse il corpo di Gesù venisse abitualmente esposto alla venerazione dei fedeli in S. Sofia a Costantinopoli.
Per quanto riguarda le icone della Vergine, le varianti vanno ricondotte tutte a tre modelli principali: Odighitria (Colei che indica la Via); Eleusa (Vergine della tenerezza); Deesis (Vergine orante).
 
Da un punto di vista storico-canonico dobbiamo notare che l’icona e la tradizione iconografica, vanno inquadrate in un arco di tempo che sta tra il VI sec. d.C. e il XVIII sec., ossia dalla prima icona del Cristo pervenutaci: il Pantokrator del monastero di santa Caterina al Sinai, che utilizza una tecnica ad encausto, fino alla scuola russa di Stroganov, che segna l’inizio di una contaminazione stilistica proveniente dall’Occidente, in particolare dall’Italia.

ICONA: dalle catacombe a Giotto


In Italia, la maniera bizantina sopravvive fino a Giotto, dopo, salvo sporadici episodi, non si potrà più parlare di stile iconografico.
Se si vogliono scoprire le radici dell’icona, bisogna risalire fino ai primi secoli del cristianesimo, quando insieme all’espandersi dell’evangelizzazione, si andava evolvendo anche l’arte e il simbolismo connesso.
 
Già nell’arte cristiana delle catacombe si ammirano simboli (pesce, agnello, pane, buon pastore ecc.), ma anche sequenze narrative che descrivono scene bibliche, sia evangeliche che vetero-testamentarie, (Vergine orante con Bambino, visita dei Magi, l’ultima cena, la pesca miracolosa, Giona, Daniele nella fossa dei leoni, Adamo ed Eva, e scene varie della vita di Gesù).
Inoltre a Roma nei primi secoli cristiani erano in uso delle tavolette funerarie che ritraevano volti umani. Si tratta della pittura funeraria romano-egiziana del Fayum risalente al III secolo. Alcuni studiosi ritengono sia l’antenata dell’icona, in quanto presentano caratteristiche simili. Ma la differenza fondamentale è che nel caso dell’icona, non si tratta di ritrattistica, ne di arte che intenda raffigurare una realtà naturale o un soggetto umano. Non intende nemmeno descrivere un avvenimento a partire da una realtà conosciuta. In Egitto le tavolette con il volto del defunto venivano poste sopra le bende della mummia, per lo stesso motivo per cui, in tempi più antichi, si facevano maschere d’oro o di materiali preziosi. In effetti però, solo con l’epoca costantiniana l’arte cristiana subisce una trasformazione radicale e una diffusione capillare.
Con la conversione dell’Impero al cristianesimo, si inizia a sviluppare quella che verrà denominata: arte bizantina.

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